LA STORIA DEL CAFFÈ

Non essendoci fonti certe in merito alla scoperta della pianta del caffè, la fantasia dell’uomo ne ha elaborato una serie di leggende. Divenute oramai famose, queste dipingono quel giorno come memorabile. La più raccontata di tutte parla di un pastore, chiamato Kaldi, il quale aveva visto le sue capre danzare dopo aver mangiato i frutti della Coffea e decise di seguire il loro esempio. L’effetto dell’assunzione di caffeina sembrerebbe essere stato immediato, tanto che il pastore, famoso per essere anche un poeta, avrebbe da subito iniziato a decantare poesie accompagnandole al canto e al ballo.

Non è difficile credere come in Etiopia, il luogo dove nasce questo racconto, il caffè sia subito divenuto parte integrante della cultura. Il consumo, però, era molto diverso da quello che intendiamo noi oggi: erano soliti preparare un infuso con le foglie, masticarle o fermentare la polpa dei frutti producendo una sorta di vino chiamato qishr (o kisher).

Questo fino al XVI secolo, quando qualcuno decise di tostare e macinare i semi per farne un infuso. “Ah! Il caffè come lo intendiamo noi (o qualcosa di simile), vide finalmente la luce”.

I frutti del caffè
I frutti del caffè

Il viaggio

Eravamo rimasti in Etiopia, dove si dice sia stato scoperto il caffè (in realtà, recenti studi di genetica hanno indicato un’altra area come zona di origine del caffè di specie Canephora: il Sudan). Come ha fatto il caffè ad arrivare a noi?

Prima di tutto, fu indispensabile attraversare il Mar Rosso. Furono proprio gli etiopi a farlo: durante il VI secolo conquistarono lo Yemen, rimanendoci per qualche decina d’anni.

Il commercio del caffè iniziò proprio con la permanenza dei nordafricani nella penisola araba.

La storia del caffè da quel momento in poi è ricca di alti e bassi: ci ha messo secoli per attraversare un confine, oppure lo ha fatto nel giro di pochi giorni. Molte volte è stato promosso a gran voce dai governanti dei luoghi in cui approdava, e tante altre vietato.

“Quando Khair-Beg, giovane governatore della Mecca, venne a conoscenza del fatto che nelle sale da caffè si componevano versi satirici sulla sua persona, decise che il caffè, come il vino, doveva essere proibito dal Corano, e spinse i propri consiglieri religiosi, legali e medici ad appoggiarlo. Fu così che nel 1511 i caffè (“i caffè”, troviamo qui un nuovo significato del termine) della Mecca furono chiusi con la forza.” (1)

Questo è solo un esempio di un provvedimento preso contro il caffè, perché si sa, del caffè non si può fare a meno!

C’è un altro accadimento a mio avviso importante nella storia dei nostri adorati semi: dal momento in cui ne sono venuti in contatto, gli Arabi hanno avuto il monopolio del caffè al punto di vietare che qualsiasi seme fertile potesse superare il loro confine. Ma l’occasione fa l’uomo ladro, ed è proprio quello che accadde in un anno non preciso del XVII secolo, quando un pellegrino musulmano chiamato Baba Budan si fasciò al dorso sette semi vitali di caffè e li piantò in India. Crebbero così le prime piante sulle montagne di Mysore.

Ad oggi l’India è uno tra i maggiori produttori di caffè al mondo.

L’arrivo in Europa

L’arrivo in Europa lo dobbiamo al commercio con la Turchia durante il XVII secolo, nei porti di Amsterdam, Venezia e Marsiglia. All’epoca, nessuno, però, conosceva il suo utilizzo! Fu solo grazie a George Sandys, un britannico che aveva visto i turchi consumare il caffè, che anche nel nostro Continente si iniziò ad apprezzarlo.

Ciononostante, già nel 1573, un fisico e botanico tedesco, Leonhard Rauwolf, aveva scritto il primo reperto scientifico europeo sul caffè. Lo seguì Prospero Alpino, un medico italiano, il quale nel 1592 pubblicò “De plantis Aegypti”. È in questo documento che si trovano le prime informazioni mediche riguardo la bevanda: egli, infatti, la consigliava come medicina per le sue “qualità stimolanti e digestive”.

Frontespizio. De Plantis Aegypti, Prospero Aplino
Frontespizio. De Plantis Aegypti, Prospero Alpino

Dal momento in cui gli europei ebbero iniziato a comprenderne l’utilizzo, diventò ben presto un bene di lusso, apprezzato dalla borghesia, ma in brevissimo tempo il suo consumo come “uccisore della fame del proletariato” (2), lo vide diffondersi anche nei ceti medi, esattamente come altri prodotti “tropicali” quali il tè e il cacao.

I dottori iniziarono a prescriverlo come cura di molte malattie, dall’ernia ai reumatismi, dal raffreddore alla bronchite. Rimase all’interno di libri di farmacologia quali Materia Medica e Codex Medicus fino al XX secolo, nonostante già durante il XVII secolo le persone avevano iniziato a preoccuparsi delle conseguenze causate dal suo consumo eccessivo.

Lo stesso Goethe, consapevole di aver consumato quantità di caffè troppo elevate prima dei trent’anni, decise di ridurne il consumo nel 1779, in quanto “il caffè, che mi dava un tono particolarmente malinconico, specie se assunto con il latte dopo cena, mi paralizzava l’intestino e sembrava sospenderne completamente le funzioni” (3).

A partire da questa presa di coscienza del poeta, Friedlieb Ferdinand Runge – un chimico tedesco – prese spunto per studiare il prodotto in laboratorio. Nel 1819 riuscì infatti ad isolare la molecola della caffeina dal chicco.

La sintesi completa della caffeina, però, avverrà solamente nel 1895, grazie a Emil Fisher, in quanto il materiale scientifico in merito a questo alcaloide era sempre basato sui suoi effetti fisiologici e non sulla sua composizione strettamente chimica (4).

Qualora da questo elenco di eventi a qualcuno fosse venuto qualche dubbio in merito alla pericolosità del caffè, suggerisco le parole de “il Manzoni della lingua gastronomica italiana” (5), il gastronomo Pellegrino Artusi:

“Allo svegliarvi la mattina consultate ciò che più si confà al vostro stomaco; se non lo sentite del tutto libero limitatevi ad una tazza di caffè nero, e se la fate precedere da mezzo bicchier d’acqua frammista a caffè servirà meglio a sbarazzarvi dai residui di una imperfetta digestione.” (6)


(1) Storia del caffè, Mark Perdergrast, Odoya 2010

(2) Coffee: Consumption and Health Implications, Adriana Fara

(3) Depression and creativity — The case of the german poet, scientist and statesman J. W. v. Goethe. Rainer M Holm-Hadulla, Journal of affective disorders, 2010

(4) Caffeine–A Drug with a Surprise Siegfried R. Waldvogel, National library of Medicine, 2003

(5) «Prontate una falsa di pivioni»: il lessico gastronomico dell’Ottocento, Luca Serianni, 2009

(6) La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Pellegrino Artusi, 1891.